giovedì 26 maggio 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (4° parte)
Analizzando la figura di Cortes salta subito agli occhi un paradosso. Egli conosce a fondo i Nativi ma, nonostante ciò, non esita a distruggerli. Tale evento è reso ancora più paradossale se, come si evince dagli scritti dei conquistadores e dello stesso Cortes, scopriamo quanta ammirazione traspaia dalle loro parole. Addirittura Cortes non esita a definirli più "raffinati" nelle usanze rispetto agli spagnoli. Egli è sinceramente estasiato dalle opere artigianali degli aztechi, li considera dei grandi artigiani, costruttori ed abili inventori . A differenza di Colombo che percepiva gli "Indiani" come semplici oggetti, Cortes invece crede che essi siano una via di mezzo: sono insomma dei soggetti ridotti al ruolo di produttori di oggetti di cui ne ammira le prestazioni. Egli insomma non riconosce all'azteco lo statuto di soggetto dotato di propria volontà. Cortes parla bene degli indiani ma non parla mai agli indiani. Todorov, giustamente analizza che il solo modo di riconoscere "l'altro" come soggetto è di aprire un dialogo con lui di riconoscere in lui peculiarità uniche e inimitabili ma allo stesso tempo di riconoscerlo come uguale a noi. L'autore bulgaro sottolinea come: " se il comprendere non si accompagna al pieno riconoscimento dell'altro come soggetto, allora questa comprensione rischia di essere utilizzata ai fini dello sfruttamento, del prendere, dove il sapere risulterà subordinata al potere".
Uno dei primi difensori degli indiani è stato Las Casas che accusa a più riprese gli spagnoli di aver scambiato gli indiani per delle bestie e di trattarli come schiavi. Egli non è il solo a denunciare questa pratica e proclamare come essi non possano essere ridotti in schiavitù, sostenuto concretamente dai documenti ufficiali della corona spagnola. Egli afferma: "la nostra religione cristiana conviene, ugualmente a tutte le nazioni del mondo, è aperta a tutte nello stesso modo; non togliendo a nessuna le sue libertà e sovranità, non ne mette alcuna in stato di servitù col prestesto di distinguere tra uomini liberi e servi per natura" (Todorov, 1982,p. 197).Lo sbaglio di Las Casas è dedurre ingenuamente, in base al comportamento spesso docile e remissivo, che ogni indiano possa diventare un cristiano grazie alla conoscenza del Cristo. Non tenendo in dovuta considerazione come i nativi, essendo di un'altra cultura (ed avendo altri usi ed altre Dei in cui credere) ben difficilmente avrebbero compreso profondamente il messaggio cristiano, semmai lo avessero accettato. Questa sezione del libro viene chiamata da Todorov "amare" e in effetti l'emblematica figura di Las Casas ama davvero questi popoli e non smette di lodarli e di difenderli. Questa sua passione, osserva Todorov, lo fanno, se possibile, allontanare maggiormente da un reale conoscenza dell'altro. Egli tende difatti a idealizzare gli aztechi in base alle sue proiezioni e ne ignora irrimediabilmente l'identità sostituendola con una (per lui) più accettabile. Non è un caso come il frate domenicano tenda ad usare aggettivi, quali docili, amorevoli, gentili, tralasciando altri aspetti che potrebbero rovinare questa sua visione idilliaca di queste genti. Las Casas in realtà ama gli indiani ma, a differenza di Cortes, non li conosce e si limita a proiettare loro l'immagine ideale ed assimilazionista che si è creato. Tale concezione che tende ad renderli uguali ai popoli europei in realtà non fa altro che allontanarli da una reale comprensione davvero profonda. Ciò che non comprende Las Casas è che, senza instaurare una vera comunicazione con l'altro, difficilmente si riesce a scoprire la reale alterità altrui, unica via probabilmente per cogliere ciò che rende ogni individuo uguale all'altro.
-Continua con l'ultima sezione: Conoscere-
T. Todorov, La conquista dell'America, Einaudi, 1982, Torino
mercoledì 4 maggio 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (3° parte),
Scorrendo le pagine del saggio di Todorov, "La conquista dell'America", un altra figura emblematica che emerge dopo Cristoforo Colombo è quella di Cortés, il conquistatore celebre per aver sottomesso il più grande popolo sia culturalmente, sia a livello militare, del continente americano. Un impresa che sembrava impossibile vista l'esiguità numerica degli uomini che affiancavano Cortés nelle sue battaglie.Si parlava infatti di poche centinaia di uomini ma nonostante ciò lo spagnolo sconfisse l'esercito di Monteczuma per due ragioni particolari. Primo, Cortés mostra un certo interesse per gli indigeni e la loro cultura. Secondo, gli "indiani" non riconoscono assolutamente gli spagnoli e credono di aver di fronte delle creature divine. Così come colombo non riconosce l'alterità estrema degli indigeni, anch'essi non riconosco quella degli europei.
Il primo elemento introduce quello che Todorov considera un aspetto fondamentale della successiva conquista e che fornisce il titolo alla seconda sezione del libro: "conquistare". Il conqistador spagnolo possedeva una qualità che per certi versi lo elevavano di rango rispetto ad altri suoi precedessori (e che probabilmente fece anche scuola in futuro) egli non era intenzionato a prendere (o comunque non esclusivamente) ma a comprendere l'altro. Questo atteggiamento innovativo è ciò che decreterà con maggior influenza la vittoria, netta e schiacciante, degli europei. Quando arriva nelle nuove terre americane egli non si preoccupa di ricercare l'oro ma di ricercare informazioni sugli indigeni e tale atteggiamento era sostenuto nondimeno dalla fede cristiana. Non è un caso che il primo atto densamente significativo sia di ricercare degli interpreti locali che possano fargli capire con maggior profondità la cultura Azteca. In questo caso emerge una prima grande differenza con Colombo. Il navigatore italiano non si preoccupava assolutamente di capire chi fossero gli indigeni anche perché li percepiva molto più vicino a delle bestie che a degli esseri umani (Diari di bordo, Colombo). Mentre Cortés, all'opposto, sa di aver di fronte persone di una cultura differente, che per certi versi ammira, ma che non esita a distruggere. Una volta compresa la cultura le debolezze, il sistema di credenze e i dissidi interni, riesce a sfruttare ogni singola situazione a proprio vantaggio infliggendo colpi mortali nelle difese del nemico.
Ad esempio, conoscendo le credenze azteche che lo dipingevano come la probabile incarnazione di Quetzalcoatl, il Dio serpente, non fa nulla per dissimulare questa convinzione agevolandosi non poco la futura vittoria.
Il secondo elemento da tenere in considerazione è il totale misconoscimento degli americani nei confronti dei nuovi arrivati. Di fatto questi popoli non avevano mai visto persone con vestiti e dotate di armi così diverse dalle loro. Questi particolari unito al complesso sistema di credenze Azteche fanno maturare un particolare atteggiamento per certi versi remissivo e, perlomeno inizialmente, paralizzante. Questa incapacità di riconoscere l'identità umana degli altri, come uguali e diversi allo stesso tempo, sembra essere determinante. La prima reazione degli Aztechi che riferirono a Monteczuma all'arrivo degli stranieri è esemplicativa: " Dobbiamo dirgli ciò che abbiamo veduto, ed è terrificante: nulla di simile è mai stato visto" ( Codice Fiorentino, Sahagùn). Con uomini così diversi e mai visti prima gli americani ricorrono ben presto nel scambiarli con degli Dei.
Un altro fattore da tenere in dovuta considerazione è il sistema di credenze Azteco. Difatti la vita comunitaria, le cerimonie e la convivenza civile era regolata dai ciò che era stato tramandato dagli antenati e tutto era previsto in maniera statica e ciclica. A differenza della nostra concezione del tempo lineare e con eventi imprevedibili, quella dei Nativi è circolare : sostanzialmente ogni evento è previsto e ripetibile ogni ciclo.Questo è ciò che viene insegnato ai bambini aztechi diventando dotazione culturale del popolo. Una situazione imprevista come l'arrivo dei conquistadores non può che gettare nel caos questi popoli in quanto avvertirono questo avvenimento come un presagio nefasto e di sicura catastrofe.
In effetti gli spagnoli, giocando su questi fattori e conoscendo bene i loro nemici, poterono agevolmente vincere senza subire alcuna perdita.
La forza degli europei fu la comunicazione interumana, la capacità di comunicare agevolmente, è di gran lunga il fattore che incise di più nella vittoria dei conquistadores.
-Continua-
Todorov T., "La conquista dell'America- Il problema dell'altro", Einaudi, 1984, Torino.
Sahagùn "Codice Fiorentino", Cit. in Todorov
sabato 30 aprile 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (2° parte)
In questa parte tratterò di un caso emblematico di riconoscimento o misconoscimento dell'altro: La conquista dell'America. Todorov T. l'intellettuale bulgaro (ma naturalizzato francese) ne ha tratto un saggio profondo ed esaustivo da cui ne ha dedotto il titolo del libro. Egli immagina come la scoperta dell'altro avvenga in più tappe di consapevolezza, dal punto più basso, dove gli esseri umani sono considerati alla stregua di oggetti, indistinti agli altri, a quello più alto, ossia alla massima consapevolezza, in cui le persone di diverse culture vengono considerate diverse ma con uguali diritti e dotati di una propria alterità significativa. Todorov afferma come la conquista dell'America riguardi non solo i conquistatori spagnoli, ma tutti gli esseri umani quando si trovano di fronte a genti e popoli sconosciuti oppure, meno genericamente, il nostro rapporto con persone che appartengono ad etnie o culture altre.
Egli suddivide l'opera in quattro temi principali: Scoprire, Conquistare, Amare e Conoscere, accompagnate da personaggi che diventano l'emblema di ogni sezione.
La prima parte è nominata 'scoprire' ed è caratterizzata dalla figura di Cristoforo Colombo, il celebre navigatore genovese. La sua perspicacia dimostrata nella navigazione e nella contemplazione e classificazione della natura, non è così fine nella scoperta degli indigeni che quelle terre le abitano. Todorov trae queste conclusioni dalla lettura dagli scritti del navigatore italiano (Todorov, 1982, p.19)che mostrano talaltro alcuni suoi tratti caratteriali e psicologici di estremo interesse.
In primo luogo Colombo crede che il linguaggio non sia un insieme di segni convenzionali diverso per ogni popolo, ma è profondamente convinto che le lingue altrui debbano possedere gli stessi significati della lingua da lui parlata. Egli difatti, quando si trova di fronte una parola sconosciuta, ne cerca la corrispondenza spagnola senza preoccuparsi del reale significato che ne danno gli indigeni. Non è un caso che, successivamente, Colombo non consideri la lingua dei nativi come una vera e propria lingua. Ciò lo si deduce dai diari di bordo quando afferma con tono solenne "A Nostro Signore piacendo, al momento della partenza porterò sei di questi uomini alle Vostre Altezze, così che possano imparare a parlare";.
In secondo luogo, si desume dai suoi diari (1982, p.41) come il navigatore non sia interessato a scoprire il mondo altrui, in quanto considera le persone di quelle terre come una parte indistinta della natura: "fra gli uccelli e gli alberi vi sono anche gli uomini". Egli non è minimamente interessato all'uomo in quanto tale il motivo è forse da ricercarsi nel fatto che li consideri dei semplici selvaggi, poco più che animali.
Le sue osservazioni riguardanti gli indigeni sono generalmente superficiali e riguardano in special modo l'aspetto fisico. Nondimeno è salva la questione morale aprioristicamente decisa dalla cultura di riferimento europea e personale. Inizialmente etichetta tali popoli come dotati di gran cuore, amichevoli e molto docili. Ciò si spiega forse con i doni di collane d'oro in cambio d'oggetti di poco valore. Anche in questo caso Colombo non comprende che anche l'oro possiede un valore convenzionale molto alto per gli spagnoli esiguo, evidentemente, per gli indigeni. In seguito egli muta totalmente la concezione positiva che aveva maturato degli indiani quando impara a conoscerli meglio,incontrando successivamente popoli meno pacifici dove rischiò seriamente la vita. Ciò che fece probabilmente virare decisamente da buoni a cattivi è quando Colombo intuì come molti di loro non volevano sottomettersi allo schiavismo a cui andavano incontro e come normale che fu, si ribellarono.
Fonte: La conquista dell'America, T. Todorov, Einaudi, 1982
-Continua-
venerdì 1 aprile 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (1° parte)
Un argomento spesso affrontato ma comunque troppo poco approfondito, riguarda la percezione che abbiamo degli altri e di come li classifichiamo. Qualcuno li avverte come individui unici, portatori di culture e mondi diversi altri, alla stregua di semplici oggetti da utilizzare per i loro scopi. Todorov (1982) immagina la scoperta dell'altro come un percorso che si sviluppa entro un continuum in cui sia ogni società e cultura attuale o passata e sia ogni individuo (da quando nasce fino all'età adulta) si situa nella progressiva scoperta dell'altro. Dapprima, nelle culture meno evolute (e nei bambini piccoli),sembra avvertirli come un oggetti confusi tra gli altri e successivamente, gradualmente attraverso tappe intermedie, percependo "l'altro" come un soggetto uguale a sé ma con qualità uniche ed originali. L'alterità è, sovente per i giovani, fonte di ricchezza, curiosità e conoscenza, laddove tale concezione negli adulti sembra corrompersi tramutandosi in sospetto, paura e rifiuto. Logicamente i bambini non sono esenti da classificare il mondo, in quanto riescono a conoscerlo più facilmente, però conservano, a mio parere, una flessibilità che sembra in seguito cristallizzarsi nei soggetti maturi. Tutto ciò è la naturale conseguenza del corso del tempo o piuttosto una stortura culturale, appresa in un contesto arcaico e propagata successivamente nelle varie generazioni? Cosa muta così radicalmente la nostra visione del mondo e degli altri?
A mio avviso vi sono diverse variabili che determinano o possono determinare, spesso in concomitanza tra di loro, lo sviluppo di tale atteggiamento. Le categorie facilmente si trasformano in stereotipi e non sempre possiedono connotazioni negative. Infatti, a differenza del pregiudizi, possono essere forieri di connotazioni positive o negative. Positive perché consentono di procurarsi una prima impressione utile a comprendere come comportarsi con l'altro e risparmiare tempo a scapito di lunghe analisi procedurali. In informatica tale processo si chiamerebbe euristica, ossia una scorciatoia essenziale a rilevare risultati non sicuri ma perlomeno probabili. Invero è essenziale considerare come gli stereotipi, equiparabili a degli schemi mentali, aiutino l'essere umano a organizzare la marea di informazioni che gli giungono attraverso i sensi. Tant'è vero che la mente umana, per non essere sopraffatta dal caos dell'informazione, incasella esperienze simili per riconoscerle meglio e recuperarle più agevolmente.
Negative perché questa prima classificazione tende troppo spesso ad irrigidirsi, trasformando delle semplici generalizzazioni in certezze monolitiche difficilmente scalfibili e modificabili. Tali semplificazioni giustappunto tendono ad essere attribuite all'individuo, giudicato non in base a sue qualità intrinseche, bensì alle caratteristiche superficiali dell'intera categoria che rappresenta.
Similmente alle categorizzazione, gli stereotipi funzionano come classificazioni estremamente semplificate di persone, etnie, razze e sono generalmente condivise ampiamente da un certo gruppo sociale. Secondo Tajfel gli individui di una data comunità desiderano e cercano una differenzazione positiva nei confronti dell'altra. Questo processo si sviluppa attraverso la semplificazione e sistematizzazione della complessità dell'informazione (Tajfel, cit. in De Caroli,2005). A mio avviso ciò che fa la differenza è una caratteristica d'ordine culturale legata al processo schematico di categorizzazione. Infatti secondo la teoria del conflitto realistico (Sherif, 1961) ciò è sufficiente a generare processi che conducano alla formazione degli stereotipi. Sherif verifico le sue ipotesi per mezzo di un semplice esperimento. Suddivise arbitrariamente i ragazzi di un campo estivo di boy scout in due gruppi distinti, ingroup vs outgroup, ponendoli in conflitto tra di loro con dei giochi sportivi e mettendo a disposizione per i vincitori premi appetibili e preziosi utili in quel contesto. Lo studioso osservò come gli atteggiamenti dei due gruppi divennero molto coesi all'interno della stessa fazione e altamente ostili nei confronti dell'altra. Secondo Sherif il conflitto era sufficiente per generare uno scopo condiviso, la stigmatizzazione e la competizione con l'aggregazione avversa, notando all'opposto, come bastasse istituire un'obiettivo condiviso tra le due opposte fazioni per dissimulare facilmente le vecchie ostilità. La riflessione che impone un simile esperimento è la constatazione di come l'uomo sia influenzato decisamente dal suo sistema sociale di riferimento, minando o comunque influendo sulla sua capacità di giudicare razionalmente. Difatti, in tal contesto le convinzioni che si hanno su altre persone sembrano più una questione dettata dall'emotività e che fanno aderire il soggetto più al pensiero comune piuttosto che all'uso della propria ragione.
Nelle intenzioni di Sherif tale esperimento simula ciò che succede nella realtà sociale. Questo studio, a mio parere, pur avendo una valenza positiva non è completamente esaustivo in quanto per ottenere un conflitto con un altro gruppo che sia largamente condiviso, specialmente in un contesto sociale complesso come quello attuale, è necessaria l'esistenza di sentimenti comuni che permettano di squalificare il mondo altrui per valorizzare il proprio. L'individuo nella formazione della sua identità fa necessariamente riferimento ad un continuo paragone con gli altri in cui cerca conferme al proprio sé. Conseguentemente egli sviluppa un'identità di tipo sociale dove confronta il suo gruppo(nazione, razza, status sociale) con altri, sviluppando sentimenti comuni, senso di appartenenza e fedeltà ai valori condivisi. Secondo Tajfel difatti, il soggetto per conservare un giudizio positivo di sé, enfatizza le caratteristiche positive del proprio gruppo, tralasciando quelle negative, e considerando invece pregiudizievolmente i comportamenti, i tratti e le usanze di altre aggregazioni in modo da mantenere e accrescere la propria autostima.
Questi studi permettono di ipotizzare come tali idee stereotipate possono (con relativa facilità) essere sfruttate da un elites di persone per suggestionare e provocare odi ed intolleranze verso popoli o minoranze etniche utili a conseguire i loro interessi economici, religiosi e di potere.
Bibliografia
De Caroli Maria elvira Categorizzazione sociale e costruzione del pregiudizio Franco Angeli Milano 2005
Todorov Tzvetan, La conquista dell'America, Il problema dell'altro Einaudi 1982
Sherif, M., Harvey, OJ, White, BJ, Hood, WR,Sherif, CW (1961): Intergroup conflict and cooperation: the Robbers Cave experiment .
venerdì 25 marzo 2011
Educazione al sentire
Oggi sono sempre più le voci che si levano a sostegno di una maggiore integrazione dei vari tipi d'intelligenza nell'essere umano, anche se la modernità, ha costruito le sue fondamenta sull'aspetto razionale dell'intelletto scisso dalle emozioni.
Attualmente alcuni psicologi come Goleman (1997) hanno sottolineato l'importanza degli aspetti emotivi nei processi d'apprendimento.
Dello stesso avviso è Carl Rogers che auspica una riconciliazione tra ragione e sentimento. Secondo la sua esperienza, maturata nella terapia centrata sul cliente, egli afferma: “questa separazione della ragione dal sentimento, è uno dei primi miti che crollano nell'approccio centrato sulla persona. Gli individui scoprono se stessi comunicando con il proprio essere totale ed esprimendo le proprie esperienze, non con qualche fredda rappresentazione intellettuale di esse” (Bruzzone, 2007).
Ciò che Rogers (1976) propone nei gruppi di incontro sembra essere auspicabile anche nelle aule didattiche. L'autore era già all'epoca consapevole che l'educazione subita nei primi anni scolastici diventa un'insana abitudine, difficile da estirpare; tuttavia ottimisticamente incita a non concludere ogni sforzo per favorire una nuova umanizzazione, siccome in gioco vi è la stessa salvaguardia dell'umanità.1
In questa visione olistica, l'educazione ha lo scopo di favorire contesti d'apprendimento e climi relazionali dove la persona, nella sua totalità, possa esprimersi e dove i due aspetti del razionale e del sentimento fondendosi, si aiutano reciprocamente.
Io credo che la parte razionale debba svolgere una funzione di indirizzo e di supporto per assecondare quella emotiva.
La parte emotiva incidere spesso in modo significativo sulle decisioni, sugli obbiettivi e sulle motivazioni, e reclama a gran voce di essere presa in considerazione.
Carl Jung (1997) rileva che le emozioni represse, agiscono in forme e modi che possono risultare dannosi per l'integrità fisica e mentale. La definizione che egli ci propone è il concetto di ombra ovvero una serie di emozioni rimosse e non riconosciute dal soggetto che agiscono autonomamente minando la volontà dell'individuo.
Il cuore, spesso confuso con il sentimentalismo e i buoni sentimenti, è assoggettato alla retorica e al pregiudizio. Gli studiosi di recente generazione dimostrano invece che possedere una buona intelligenza emotiva permette di raggiungere risultati migliori (Damasio). E' dimostrato come i sentimenti possano influenzare l'apprendimento, quindi gli apparati scolastici in sinergia con i genitori non dovrebbero sottovalutare tale aspetto .
Un atteggiamento di approvazione e di incoraggiamento renderanno i bambini più ottimisti, fiduciosi, curiosi e le piccole sconfitte non andranno ad inficiare i risultati futuri, perché verranno percepiti come semplici segnali per un necessario cambio di strategia.
Al contrario coloro che nell'infanzia hanno subito un'educazione contrassegnata da sfiducia o da un eccessivo “ lasciar fare” affronteranno le avversità con un atteggiamento esitante e saranno pervasi da un senso d'inutilità.
Per Branzelton, (citato in Goleman, 1997) un famoso pediatra di Harvard, ciò che rende un bambino pronto ad affrontare un percorso scolastico efficace sono le conoscenze procedurali ossia il sapere come imparare. Egli stila a riguardo una serie di abilità:
1.Fiducia: il bambino ha un senso di padronanza sul proprio corpo, sul proprio comportamento, sul proprio mondo; questa consapevolezza, gli permette di avere maggiori probabilità di riuscita in ciò che intraprende;
2.Curiosità: la sensazione che la scoperta sia un attività positiva e fonte di piacere;
3.Intenzionalità: il desiderio e la capacità di essere influenti e perseveranti.
4.Autocontrollo: ovvero la capacità di modulare e di controllare le proprie azioni
5.Connessione: la capacità di impegnarsi con gli altri, basata sulla sensazione di essere compresi e di comprendere gli altri.
6.Capacità di comunicare: il desiderio e la capacità di scambiare verbalmente idee, sentimenti e concetti con gli altri.
7.Capacità di cooperare: l'abilità di equilibrare le proprie esigenze con quelle degli altri in un'attività di gruppo.
Tali abilità o alcune di esse possono essere maggiormente spiccate in alcune persone ma è anche vero che queste capacità possono essere imparate e, la famiglia di riferimento, influisce non poco in questa crescita.
Uno dei concetti fondamentali che sembrano fare la differenza nella riuscita sociale è quello di empatia. Edith Stein è stata la prima a svolgere ad ampliare questo argomento. Ella definisce empatia la capacità di una persona di cogliere l'esperienza del vissuto altrui e della sua personalità , senza però identificarsi totalmente, rimanendo quindi, un osservatore più efficace.2
L'atto empatico a differenza della simpatia che opera secondo un effetto discriminatorio tendente all'assimilazione o all'esclusione, si caratterizza per una comprensione e accettazione incondizionata dell'altro. In quest'ottica l'individuo empatizzato, attraverso la riconoscenza dell'altro, diviene consapevole della propria unicità irripetibile e preziosa.
Il soggetto empatizzante pur riconoscendo l'altrui alterità riesce a percepirne paure, disagi e frustrazioni. Precondizione di una buona empatia è l'essere dotati di buone doti introspettive.
Infatti la persona che sa riconoscere e identificare i propri stati interni ha gli strumenti per una migliore comprensione dell'animo umano. A dispetto di una psicologia di “testa” che tende a stigmatizzare e incasellare i comportamenti umani in un disparato ma limitato contesto di categorie, l' empatia favorisce l'individuazione della persona per quello che è, scevra da atteggiamenti giudicanti e valutativi. L'atto empatico contempla necessariamente un clima relazionale approntato sulla fiducia e sull' accettazione e ha come risultante quella che Buber (2003) chiama conferma. Questo concetto si riferisce ad una relazione fra esseri umani che nella reciprocità del rapporto riconoscono la loro originale diversità.
L'empatia inoltre comporta l'emergere di una nuova figura, il noi. In questo contesto le individualità, l'io e il tu, rimangono ben distinti e non vi è mai completa identificazione. L'immedesimazione, non essendo totale, permette di rimanere ognuno nella propria originarietà ma, nello steso tempo consente di arricchirla, in quanto il contatto con un altro sé pregiudica un'integrazione delle esperienze soggettive altrui.
Per Rogers l'empatia è più un processo che uno stato e consiste “nella capacità di essere compagno fiducioso nel mondo interiore dell'altro” ovvero, nel suo percorso interiore di cambiamento. (Bruzzone, 2007, p.111)
Il valore dell'atto empatico si connota per due peculiari caratteristiche: favorire la crescita e il cambiamento. L'individuo non sentendosi giudicato o interpretato come portatore di un comportamento stereotipato, si sente più libero di esprimersi secondo il proprio sentire e percepisce il suo mondo come dotato di valore, consentendogli di gettare le basi verso un miglioramento e un mutamento percepito come significativo.
Nonostante quest'epoca sia contrassegnata sempre più dall'omologazione e dall'eterodirezione, dove la singolarità non è apprezzata a meno che non si tratti di individui eccezionali (o ritenuti tali), l'empatia può essere un efficace mezzo per contrastare questa tendenza spersonalizzante.
La competenza affettiva piuttosto che delinearsi come una panacea contro un tutti i mali, può diventare propedeutica verso una nuova convivenza civile, dove le singole individualità possano manifestarsi e tendere verso una società volta al benessere.
Il neurofisiologo Damasio afferma che le emozioni sono necessarie e influenzano inevitabilmente la capacità di ragionare. Egli ne sottolinea l'importanza come elementi che contribuiscono alla funzionalità del sistema cognitivo ed evidenzia l'interconnessione esistente tra ragione e sentimento, questa complementarità coinvolge a livello neurofisiologico, le due parti dell'emisfero cerebrale. L'essere umano ha bisogno di educare sinergicamente gli affetti e l'apparato cognitivo per un percorso di crescita e di benessere personale che possa permettergli di sviluppare adeguatamente le proprie potenzialità.
Nonostante grandi pensatori abbiano capito quanto sia importante curare in egual modo cognizione e sentimento, continua a prevalere la tendenza a sottovalutare l'aspetto emotivo.
Ogni persona dovrebbe dare voce ai propri sentimenti, attraverso la parola o la scrittura.
Con queste tecniche è possibile comprendere meglio ciò che si prova, rendere tangibile un emozione e fare chiarezza nella propria interiorità per capire ciò che ci serve veramente per essere appagati, imboccando il percorso più consono ad esprimere in toto noi stessi.
La simbolizzazione degli stati interni non deve essere mutuata da qualche persona influente che altrimenti contrasterebbe una sana ed efficace auto-comprensione (Corradi, 2003).
Infatti una persona che non riuscirà ad esprimere ed a comprendere le emozioni, i sentimenti, le passioni, oltre ad essere meno competente e consapevole, sarà anche più soggetta al dominio altrui. (Gardner, 2003).
Lo svuotamento ed il misconoscimento delle emozioni la loro banalizzazione , nel complesso contribuiscono notevolmente alla vendita di emozioni senza implicazioni ne sforzi, ma con un impoverimento dell'universo intimo dell'essere umano che viene impoverito.
Bibliografia
Buber (2003). Tra il bene e il male.
Bruzzone D. (2007). Carl Rogers. La relazione efficace nella psicoterapia e nel lavoro educativo. Roma: Carocci.
Damasio A.(2003). Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello. Milano: Adelphi.
Gardner H. (1987). Formae Mentis. Saggio sulla pluralità dell'intelligenza. Milano: Feltrinelli.
Goleman, D.(1997). Intelligenza emotiva. Milano: Rizzoli.
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