sabato 24 settembre 2011
mercoledì 13 luglio 2011
Filosofia del libero mercato
Il presupposto filosofico del libero mercato, nasce come esigenza del capitalismo di esercitare un controllo diretto sull'economia. Alla base di ciò troviamo l' ideale utopico per cui, attraverso la maggiore competitività, ogni uomo grazie ad un controllo diretto dei propri capitali possa effettivamente produrre, grazie alle sue personali competenze, una maggiore ricchezza personale. Sarebbe bello, se ognuno potesse realizzare il proprio potenziale lavorativo in un sistema davvero concorrenziale. Purtroppo, dietro la propaganda liberista esiste un’ aspetto che non viene rimarcato ma volutamente occultato.
Chi propugna pomposamente queste idee omette un punto essenziale e fondamentale: generalmente dietro tale ideale si celano grandi capitalisti che tendono ad accentrare risorse e potere sempre più nelle loro stesse mani e atti a creare dei veri e propri monopoli. Tutto molto scontato e risaputo ma è bene sempre rimarcarlo.
Ipoteticamente si partisse tutti da zero si potrebbe forse generare una migliore propagazione del benessere anche se, è nell'essenza e nella natura del capitalismo la concentrazione della maggior quantità di beni nelle mani di un manipolo d'individui. Questo perché, fondamento della sua riuscita, è la competitività fra esseri umani. Tale concorrenza si traduce in effetti su un accentuazione dei più bassi istinti dell'essere umano, sostituendo i più elementari principi etici con i più rozzi e beceri interessi personali.
A livello filosofico si potrebbe affermare che il potere, la voglia di prevaricare e accumulare, si impossessa dell'uomo rendendolo un fantoccio, una vittima della sua stessa natura predatrice.
Invero coloro che pensano all'uomo come essenzialmente egoista, dimenticano che la base di moltissime società del passato, ma anche odierne, erano fondate su una visione più sociale della vita comunitaria. Un caso emblematico è quello dei Nativi americani.
Senza volerli idealizzare, come spesso accade in certe derive New Age, molti nativi disponevano di una base democratica fondata sulla partecipazione di tutta la tribù alle decisione di interesse collettivo. Un esempio emblematico è quello degli indiani della costa Nord orientale (gli Irochesi) dove le decisioni politiche erano tenute da un consiglio formato dalla collettività dei clan e dove si discuteva, talvolta anche per giorni, fino a che tutti i partecipanti erano d’accordo. Si doveva in questo senso limare le proprie istanze, sino a che si giungesse ad una decisione che soddisfasse tutti.
Ho citato il caso degli irochesi, ma questa base democratica era presente in molte società di quell'area culturale. Di estremo interesse è poi l' organizzazione sociale. A discapito dei luoghi comuni, generalmente le donne non erano sottomesse anzi, molto spesso la proprietà dei beni apparteneva alla famiglia delle donne, così come la gestione dei lavori agricoli. Invece l' organizzazione politica e la caccia competevano all'uomo. Come detto nel caso irochese, la donna nominava un uomo che si occupava degli interessi del proprio clan e la sua investitura poteva essere revocata in ogni momento se il suo apporto alla causa del clan non era utile. Addirittura alcune società di matrice individualistica, caratterizzate da elevata stratificazione sociale come quella degli Tlingit, era presente l' equivalenza delle nostre ricche famiglie di discendenza,ma vi era una diversa concezione dell'accumulo. In tal cultura venivano infatti organizzate cerimonie annuali o straordinarie, chiamate Potlach dove, per cause diverse, venivano ridistribuiti i beni delle famiglie potenti a quelle meno abbienti attraverso la somministrazione di beni sia alimentari, che materiali o spirituali.
In tal contesto, quindi si esaudiva l'istanza individualistica incentrata sulla libera espressione delle proprie forze, capacità e competenze. Principi sviluppati grazie al commercio, alla caccia, alla pesca e all'arte. E nel contempo si soddisfaceva anche l' aspetto sociale e solidaristico, grazie alla distribuzione dei beni, configurandosi così, come una società dove gli aspetti legati ad un necessario individualismo e quelli social- integrativi venivano appagati in maniera equa.
Fatta questa breve digressione possiamo considerare due aspetti fondamentali delle pecche propagandate dai fautori del liberismo:
1. Mistificare l'uso della parola libertà, tralasciando il fatto che, grazie a questa parola, si fornisce mano libera agli interessi dei grossi capitalisti, a discapito delle classi subalterne, concepite come soggetti da sfruttare per i propri interessi egoistici.
2.La liberalizzazione come fattore d' efficienza e minor spesa sociale per gli stati, anche nei settori di interesse pubblico, alla lunga non si traduce in ciò, ma esattamente nel suo opposto.
Infatti è evidente come nel caso italiano le varie privatizzazioni dei settori bancari ferroviari, del settore siderurgico e di molte aziende di stato abbia prodotto un' impoverimento generale. All'epoca si teorizzava come queste aziende erano continuamente in perdita, facendo intendere che strutturalmente non potevano reggere senza grosse perdite.
Su questo ci sarebbe da obiettare. In primo luogo perché se un azienda è gestita in malo modo è naturale che una circostanza simile accada. In secondo luogo perché se la mentalità è quella dello sperpero di risorse siccome "tanto paga lo stato”, si prefigura un problema d' ordine culturale anziché strutturale. Infatti un' azienda gestita con senso civico, per il bene comune e dove i lavoratori svolgono al meglio le loro mansioni, consapevoli dell'importanza che il bene collettivo si traduce inevitabilmente in quello proprio, non può che delinearsi come qualcosa di realmente produttivo e allo stesso tempo sociale. Ma soprattutto, anche nel caso delle imprese pubbliche, il profitto non costituisce l' obiettivo primario ma è l'interesse collettivo (come scopo sociale) ad essere predominante.
Inoltre, nel lungo periodo la tesi della maggior efficienza e minor spesa non ha ragione d' essere. Questo perché il capitalista ragiona in termini di massimizzazione dei profitti.
Il plusvalore di concezione marxista viene si investito, ma in gran parte, per speculazioni personali e solo lo stretto necessario per gli investimenti. Mentre in un azienda di Stato con tutti i problemi riscontrati (torno a ripetere, soprattutto di ordine culturale) tale plusvalore è usato nell’investimento di altre attività pubbliche generando di conseguenza un benessere alla società intera.
Mentre nelle forme liberaliste specialmente nelle concentrazioni monopolistiche per ottenere la massimizzazione del capitale, si prefigura l' esigenza, si di investire, ma soprattutto di tagliare i costi perché il margine di guadagno aumenti esponenzialmente.
E cosa sono questi costi? I costi maggiori riguardano la voce dei dipendenti e quella della manutenzione. Non è un caso (guardiamo la situazione Italiana degli ultimi 20 anni) se grandi aziende pubbliche, contenitori di grandi masse lavoratrici, oggi invece diventate pubbliche o semi-pubbliche, stiano diminuendo drammaticamente la forza lavoro in maniera sempre più repentina.
Questa mancanza di lavoro si traduce così in una minore ricchezza per i singoli, dove il lavoro si configura come un offerta al ribasso e che inevitabilmente produce una progressiva perdita di diritti lavorativi. In tal contesto viene a mancare uno dei capisaldi del libero mercato: maggior ricchezza per tutti.
Una società di questo genere dove la politica è stata completamente esautorata dal mercato e dove le decisioni importanti non sono decise ne dal popolo ne dai suoi rappresentanti politici non può che scadere in forme di convivenza simili alla schiavitù. Il benessere ingenerato non può che produrre schiere di poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi.
E qui emergono tutte le contraddizioni della liberalizzazione. In settori di primaria importanza come i trasporti, la sanità, il sistema pensionistico che dovrebbero consegnare un servizio ai cittadini e per i cittadini come primo obiettivo, si contrappone la logica del massimo profitto in mano a poche persone.
Nessuno vuole negare un' iniziativa d' impresa, ma, in settori così importanti, stiamo assistendo ad una vera degenerazione sociale che avrà sempre più gravi ripercussioni sul benessere e sulla buona convivenza sociale.
giovedì 26 maggio 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (4° parte)
Analizzando la figura di Cortes salta subito agli occhi un paradosso. Egli conosce a fondo i Nativi ma, nonostante ciò, non esita a distruggerli. Tale evento è reso ancora più paradossale se, come si evince dagli scritti dei conquistadores e dello stesso Cortes, scopriamo quanta ammirazione traspaia dalle loro parole. Addirittura Cortes non esita a definirli più "raffinati" nelle usanze rispetto agli spagnoli. Egli è sinceramente estasiato dalle opere artigianali degli aztechi, li considera dei grandi artigiani, costruttori ed abili inventori . A differenza di Colombo che percepiva gli "Indiani" come semplici oggetti, Cortes invece crede che essi siano una via di mezzo: sono insomma dei soggetti ridotti al ruolo di produttori di oggetti di cui ne ammira le prestazioni. Egli insomma non riconosce all'azteco lo statuto di soggetto dotato di propria volontà. Cortes parla bene degli indiani ma non parla mai agli indiani. Todorov, giustamente analizza che il solo modo di riconoscere "l'altro" come soggetto è di aprire un dialogo con lui di riconoscere in lui peculiarità uniche e inimitabili ma allo stesso tempo di riconoscerlo come uguale a noi. L'autore bulgaro sottolinea come: " se il comprendere non si accompagna al pieno riconoscimento dell'altro come soggetto, allora questa comprensione rischia di essere utilizzata ai fini dello sfruttamento, del prendere, dove il sapere risulterà subordinata al potere".
Uno dei primi difensori degli indiani è stato Las Casas che accusa a più riprese gli spagnoli di aver scambiato gli indiani per delle bestie e di trattarli come schiavi. Egli non è il solo a denunciare questa pratica e proclamare come essi non possano essere ridotti in schiavitù, sostenuto concretamente dai documenti ufficiali della corona spagnola. Egli afferma: "la nostra religione cristiana conviene, ugualmente a tutte le nazioni del mondo, è aperta a tutte nello stesso modo; non togliendo a nessuna le sue libertà e sovranità, non ne mette alcuna in stato di servitù col prestesto di distinguere tra uomini liberi e servi per natura" (Todorov, 1982,p. 197).Lo sbaglio di Las Casas è dedurre ingenuamente, in base al comportamento spesso docile e remissivo, che ogni indiano possa diventare un cristiano grazie alla conoscenza del Cristo. Non tenendo in dovuta considerazione come i nativi, essendo di un'altra cultura (ed avendo altri usi ed altre Dei in cui credere) ben difficilmente avrebbero compreso profondamente il messaggio cristiano, semmai lo avessero accettato. Questa sezione del libro viene chiamata da Todorov "amare" e in effetti l'emblematica figura di Las Casas ama davvero questi popoli e non smette di lodarli e di difenderli. Questa sua passione, osserva Todorov, lo fanno, se possibile, allontanare maggiormente da un reale conoscenza dell'altro. Egli tende difatti a idealizzare gli aztechi in base alle sue proiezioni e ne ignora irrimediabilmente l'identità sostituendola con una (per lui) più accettabile. Non è un caso come il frate domenicano tenda ad usare aggettivi, quali docili, amorevoli, gentili, tralasciando altri aspetti che potrebbero rovinare questa sua visione idilliaca di queste genti. Las Casas in realtà ama gli indiani ma, a differenza di Cortes, non li conosce e si limita a proiettare loro l'immagine ideale ed assimilazionista che si è creato. Tale concezione che tende ad renderli uguali ai popoli europei in realtà non fa altro che allontanarli da una reale comprensione davvero profonda. Ciò che non comprende Las Casas è che, senza instaurare una vera comunicazione con l'altro, difficilmente si riesce a scoprire la reale alterità altrui, unica via probabilmente per cogliere ciò che rende ogni individuo uguale all'altro.
-Continua con l'ultima sezione: Conoscere-
T. Todorov, La conquista dell'America, Einaudi, 1982, Torino
mercoledì 4 maggio 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (3° parte),
Scorrendo le pagine del saggio di Todorov, "La conquista dell'America", un altra figura emblematica che emerge dopo Cristoforo Colombo è quella di Cortés, il conquistatore celebre per aver sottomesso il più grande popolo sia culturalmente, sia a livello militare, del continente americano. Un impresa che sembrava impossibile vista l'esiguità numerica degli uomini che affiancavano Cortés nelle sue battaglie.Si parlava infatti di poche centinaia di uomini ma nonostante ciò lo spagnolo sconfisse l'esercito di Monteczuma per due ragioni particolari. Primo, Cortés mostra un certo interesse per gli indigeni e la loro cultura. Secondo, gli "indiani" non riconoscono assolutamente gli spagnoli e credono di aver di fronte delle creature divine. Così come colombo non riconosce l'alterità estrema degli indigeni, anch'essi non riconosco quella degli europei.
Il primo elemento introduce quello che Todorov considera un aspetto fondamentale della successiva conquista e che fornisce il titolo alla seconda sezione del libro: "conquistare". Il conqistador spagnolo possedeva una qualità che per certi versi lo elevavano di rango rispetto ad altri suoi precedessori (e che probabilmente fece anche scuola in futuro) egli non era intenzionato a prendere (o comunque non esclusivamente) ma a comprendere l'altro. Questo atteggiamento innovativo è ciò che decreterà con maggior influenza la vittoria, netta e schiacciante, degli europei. Quando arriva nelle nuove terre americane egli non si preoccupa di ricercare l'oro ma di ricercare informazioni sugli indigeni e tale atteggiamento era sostenuto nondimeno dalla fede cristiana. Non è un caso che il primo atto densamente significativo sia di ricercare degli interpreti locali che possano fargli capire con maggior profondità la cultura Azteca. In questo caso emerge una prima grande differenza con Colombo. Il navigatore italiano non si preoccupava assolutamente di capire chi fossero gli indigeni anche perché li percepiva molto più vicino a delle bestie che a degli esseri umani (Diari di bordo, Colombo). Mentre Cortés, all'opposto, sa di aver di fronte persone di una cultura differente, che per certi versi ammira, ma che non esita a distruggere. Una volta compresa la cultura le debolezze, il sistema di credenze e i dissidi interni, riesce a sfruttare ogni singola situazione a proprio vantaggio infliggendo colpi mortali nelle difese del nemico.
Ad esempio, conoscendo le credenze azteche che lo dipingevano come la probabile incarnazione di Quetzalcoatl, il Dio serpente, non fa nulla per dissimulare questa convinzione agevolandosi non poco la futura vittoria.
Il secondo elemento da tenere in considerazione è il totale misconoscimento degli americani nei confronti dei nuovi arrivati. Di fatto questi popoli non avevano mai visto persone con vestiti e dotate di armi così diverse dalle loro. Questi particolari unito al complesso sistema di credenze Azteche fanno maturare un particolare atteggiamento per certi versi remissivo e, perlomeno inizialmente, paralizzante. Questa incapacità di riconoscere l'identità umana degli altri, come uguali e diversi allo stesso tempo, sembra essere determinante. La prima reazione degli Aztechi che riferirono a Monteczuma all'arrivo degli stranieri è esemplicativa: " Dobbiamo dirgli ciò che abbiamo veduto, ed è terrificante: nulla di simile è mai stato visto" ( Codice Fiorentino, Sahagùn). Con uomini così diversi e mai visti prima gli americani ricorrono ben presto nel scambiarli con degli Dei.
Un altro fattore da tenere in dovuta considerazione è il sistema di credenze Azteco. Difatti la vita comunitaria, le cerimonie e la convivenza civile era regolata dai ciò che era stato tramandato dagli antenati e tutto era previsto in maniera statica e ciclica. A differenza della nostra concezione del tempo lineare e con eventi imprevedibili, quella dei Nativi è circolare : sostanzialmente ogni evento è previsto e ripetibile ogni ciclo.Questo è ciò che viene insegnato ai bambini aztechi diventando dotazione culturale del popolo. Una situazione imprevista come l'arrivo dei conquistadores non può che gettare nel caos questi popoli in quanto avvertirono questo avvenimento come un presagio nefasto e di sicura catastrofe.
In effetti gli spagnoli, giocando su questi fattori e conoscendo bene i loro nemici, poterono agevolmente vincere senza subire alcuna perdita.
La forza degli europei fu la comunicazione interumana, la capacità di comunicare agevolmente, è di gran lunga il fattore che incise di più nella vittoria dei conquistadores.
-Continua-
Todorov T., "La conquista dell'America- Il problema dell'altro", Einaudi, 1984, Torino.
Sahagùn "Codice Fiorentino", Cit. in Todorov
sabato 30 aprile 2011
La percezione dell'altro: la natura degli stereotipi (2° parte)
In questa parte tratterò di un caso emblematico di riconoscimento o misconoscimento dell'altro: La conquista dell'America. Todorov T. l'intellettuale bulgaro (ma naturalizzato francese) ne ha tratto un saggio profondo ed esaustivo da cui ne ha dedotto il titolo del libro. Egli immagina come la scoperta dell'altro avvenga in più tappe di consapevolezza, dal punto più basso, dove gli esseri umani sono considerati alla stregua di oggetti, indistinti agli altri, a quello più alto, ossia alla massima consapevolezza, in cui le persone di diverse culture vengono considerate diverse ma con uguali diritti e dotati di una propria alterità significativa. Todorov afferma come la conquista dell'America riguardi non solo i conquistatori spagnoli, ma tutti gli esseri umani quando si trovano di fronte a genti e popoli sconosciuti oppure, meno genericamente, il nostro rapporto con persone che appartengono ad etnie o culture altre.
Egli suddivide l'opera in quattro temi principali: Scoprire, Conquistare, Amare e Conoscere, accompagnate da personaggi che diventano l'emblema di ogni sezione.
La prima parte è nominata 'scoprire' ed è caratterizzata dalla figura di Cristoforo Colombo, il celebre navigatore genovese. La sua perspicacia dimostrata nella navigazione e nella contemplazione e classificazione della natura, non è così fine nella scoperta degli indigeni che quelle terre le abitano. Todorov trae queste conclusioni dalla lettura dagli scritti del navigatore italiano (Todorov, 1982, p.19)che mostrano talaltro alcuni suoi tratti caratteriali e psicologici di estremo interesse.
In primo luogo Colombo crede che il linguaggio non sia un insieme di segni convenzionali diverso per ogni popolo, ma è profondamente convinto che le lingue altrui debbano possedere gli stessi significati della lingua da lui parlata. Egli difatti, quando si trova di fronte una parola sconosciuta, ne cerca la corrispondenza spagnola senza preoccuparsi del reale significato che ne danno gli indigeni. Non è un caso che, successivamente, Colombo non consideri la lingua dei nativi come una vera e propria lingua. Ciò lo si deduce dai diari di bordo quando afferma con tono solenne "A Nostro Signore piacendo, al momento della partenza porterò sei di questi uomini alle Vostre Altezze, così che possano imparare a parlare";.
In secondo luogo, si desume dai suoi diari (1982, p.41) come il navigatore non sia interessato a scoprire il mondo altrui, in quanto considera le persone di quelle terre come una parte indistinta della natura: "fra gli uccelli e gli alberi vi sono anche gli uomini". Egli non è minimamente interessato all'uomo in quanto tale il motivo è forse da ricercarsi nel fatto che li consideri dei semplici selvaggi, poco più che animali.
Le sue osservazioni riguardanti gli indigeni sono generalmente superficiali e riguardano in special modo l'aspetto fisico. Nondimeno è salva la questione morale aprioristicamente decisa dalla cultura di riferimento europea e personale. Inizialmente etichetta tali popoli come dotati di gran cuore, amichevoli e molto docili. Ciò si spiega forse con i doni di collane d'oro in cambio d'oggetti di poco valore. Anche in questo caso Colombo non comprende che anche l'oro possiede un valore convenzionale molto alto per gli spagnoli esiguo, evidentemente, per gli indigeni. In seguito egli muta totalmente la concezione positiva che aveva maturato degli indiani quando impara a conoscerli meglio,incontrando successivamente popoli meno pacifici dove rischiò seriamente la vita. Ciò che fece probabilmente virare decisamente da buoni a cattivi è quando Colombo intuì come molti di loro non volevano sottomettersi allo schiavismo a cui andavano incontro e come normale che fu, si ribellarono.
Fonte: La conquista dell'America, T. Todorov, Einaudi, 1982
-Continua-
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