Uno dei capisaldi dell'impianto teorico di Rogers verte su l'empatia, fondamentale "abilità" che sembra caratterizzare l'uomo.
Il termine empatia fu coniato nell'area Germanica ed è la traduzione di “Einfuhlung” che significa letteralmente immedesimazion introdotta dal filosofo Lipps agli albori del '900. Egli la definisce come la percezione delle proprie forze vitali e delle proprie energie che, essendo unite indissolubilmente alle forze dell'universo, permettono di costituire un unità originaria col mondo fisico e i suoi oggetti. Lipps considera l'emblema del contatto empatico l'opera d'arte.
Successivamente il termine viene introdotto da Heinz Kohut (2003), teorico della psicologia del sé.
Lo psicologo assegna all'empatia una funzione primaria in quanto permette un accesso al mondo sociale. Nel pensiero dello psicanalista l'empatia è un mezzo utile a capire l'altro ma, condizione indispensabile, è possedere una buona conoscenza del proprio mondo interiore, possibile solo grazie ad un efficace introspezione.
Uno dei seguaci di Freud, Ferenczi applicò per primo nell'approccio analitico il sentire empatico. Esso lo ritiene utile perché favorisce un clima di comprensione, di calore e di partecipazione al dolore, uniche discriminanti in grado di poter indurre il paziente ad aprirsi al proprio vissuto esperienziale.
Ma è con Rogers che tale qualità assume un importanza fondamentale in tutte le sfere della vita umana. Egli innanzitutto conserva l'immagine di un uomo non solo guidato dall'istinto e dall'irrazionalità, impostazione tipica della scuola freudiana, ma soprattutto capace di dirigere attivamente la propria vita in base ai suoi desideri e obiettivi. Egli è mosso da una radicata convinzione che nell'individuo esiste una naturale facoltà di autoguarigione e che ogni persona potenzialmente sia in grado di evocarla per risolvere i suoi problemi.
Rogers quindi contempla una visione più positiva dell'essere umano tendente, se posto nelle condizioni ideali, alla crescita e alla realizzazione di sé (2007).
Nella sua teoria l'uomo è essenzialmente votato al bene e gli eventuali ostacoli psicologici che gli si frappongono lungo la strada vengono considerati come necessari al cambiamento.
Per certi versi il pensiero di Rogers può sembrare ingenuo siccome contempla l'uomo come essenzialmente buono ma corrotto da un'educazione repressiva che in qualche modo lo “incattivisce”.
Credo tuttavia, sia importante considerare il suo pensiero per le implicazioni positive rivolte specialmente alla capacità umana di autodirigersi, facendo appello all'esperienza personale ed alla saggezza del proprio corpo, piuttosto che alla razionalità che, in quest'ottica, assume la funzione complementare di conferma o meno delle proprie sensazioni.
Egli chiama la sua terapia “non direttiva” e si fonda su una concezione diametralmente opposta rispetto alle scuole psicoanalitiche precedenti, ossia sposta l'attenzione dal psicoterapeuta all'individuo riservandogli un ruolo meno invasivo (Rogers, Kinget, 1970).
Infatti il terapeuta dovrebbe svolgere solo una funzione conciliante ed essere in grado di consigliare senza imposizioni. I presupposti rogersiani danno un autonomia fondamentale all'analista che è propenso alla comprensione e all'apertura del mondo soggettivo del suo interlocutore in modo da favorirne l'autenticità.
Il terapeuta si limita perciò a assecondare il processo di adattamento e crescita e rappresenta un'innovativa tipologia curativa perché ognuno è ascoltato per la propria unicità senza il filtro di teorie o preconcetti che sembrano limitare una reale comprensione.
Concetto fondamentale per Rogers è quello di fiducia, da lui definito come quell'atteggiamento necessario a creare un clima di sicurezza e utile a far emergere le risorse individuali. Fiducia quindi nella capacità della persona di poter far fronte ai problemi e alle difficoltà grazie alle proprie risorse.
Si evince che il terapeuta agisce come una sorta di specchio per il paziente (che lui chiama cliente perché non vuole stigmatizzarlo come un malato) permettendogli di vedere in maniera più chiara il suo vissuto.
L'empatia, come è specificato dallo psicologo americano è la comprensione della persona in un clima non giudicante, che si realizza immergendosi nella sua soggettività, senza però fondersi completamente con lui, in caso contrario si avrebbe una semplice identificazione che ne comprometterebbe la comprensione (Bruzzone, 2007; p.110). Per ottenere ciò sarebbe opportuno accettare il vissuto cognitivo e sentimentale dell'altro in tutti i suoi aspetti, sia positivi che negativi, senza tentare di forzarli ma accentandoli per quello che sono, comprendendo il significato della sua esperienza.
Osserva Rogers che se un essere umano è ascoltato empaticamente, si sente conseguentemente più libero di accedere alla propria soggettività aprendosi al mondo spontaneamente; al contrario, quando manca la comprensione empatica, l'individuo subisce un irrigidimento tale che, alcuni di essi, possono diventare psicotici.
L'ascolto empatico si contraddistingue nel fare chiarezza nella confusione psicologica permettendo di vedere quello che blocca e condiziona gettando una luce nel magma delle paure e delle angosce, accompagnato da una guida sicura che, non essendo coinvolta totalmente, riesce a far emergere ciò che non era manifesto.
Per Rogers l'attitudine empatica non è innata ma può essere insegnata tramite un opportuno addestramento che suppone la scelta di persone propense a svolgere un lavoro su di sé e prevede una riscoperta della autenticità personale.
Queste importanti tematiche non possono che ricondursi in un luogo, come quello della scuola, ricco di numerose problematiche in cui l'allievo è soggetto ad un continuo mutamento e una certa visione pedagogica, con un orientamento comune nel privilegiare la libertà individuale, non può non tener conto dello strumento empatico come supporto al bagaglio delle competenze del docente.
L'insegnante dovrebbe entrare nell'ottica che scopo primario dell'educatore è facilitare l'apprendimento, non riservandosi semplicemente un ruolo passivo riempiendo di nozioni la testa degli allievi, ma facendo in modo che le lezioni diventino interessanti, interattive e costruttive con la possibilità che ogni studente partecipi alla costruzione della lezione. A mio avviso il docente dovrebbe possedere la sensibilità di comprendere ciò che condiziona la riuscita scolastica tenendo conto di fattori legati a svantaggi socio culturali, alle dinamiche psicologiche individuali e alle differenze razziali, che inevitabilmente influenzano il giudizio delle persone (anche in coloro che si dichiarano contro il razzismo e le diseguaglianze sociali).
All'insegna della “non direttività” Rogersiana, da un insegnante sarebbe lecito aspettarsi un comportamento che permetta di addentrarsi in un'ottica di comprensione empatica con il discente, favorendo la sua libertà di scelta dei percorsi che argomenti che rispondano alle sue attitudini. Questo può prevedere l'accettazione della totalità dei sentimenti espressi, come la rabbia, la frustrazione, la paura, oppure la gioia, l'entusiasmo, l'orgoglio.
Un buon insegnante quindi favorisce un clima adeguato a facilitare l'apprendimento delle tematiche che stanno a cuore agli alunni, individuando sia quelle personali che quelle dinamiche del gruppo. In un clima del genere Rogers da per scontato che nell'educando nasca la voglia di apprendere e perseguire i suoi scopi personali. L'insegnante si occupa quindi di fornirgli i mezzi necessari per apprendere ma anche di essere parte del gruppo scolastico, non ponendosi in una posizione di dominio ma partecipando al clima intellettuale e sentimentale della classe. Egli è un individuo che non fa mistero del suo mondo, raccontandolo e mostrando il suo vissuto agli altri individui ponendosi nel contempo come soggetto autentico, in grado d'accettare i suoi limiti e le paure senza mistificazioni (Bruzzone, 2007; pp. 144 – 145).
In questo contesto l'insegnante agisce come una figura che da sostegno e fiducia nel percorso verso il processo di autonomia del soggetto.
Un altro dei cardini teorici dello psicologo americano è quello di congruenza, ovvero la capacità di essere se stessi ma anche quella di non parlare in dissonanza con il proprio corpo. Essendo che esso agisce sotto impulsi spontaneistici, difficilmente poter dire qualsiasi cosa verbalmente (in disaccordo col proprio) corpo può passare inosservata. Difatti un incongruenza fra le due forme comunicative renderebbe l'insegnante, agli occhi degli studenti, come non meritevole di fiducia, andando ad inficiare così il processo socio comunicativo e la possibilità di stabilire un contatto empatico davvero autentico.
Un'educazione siffatta colloca l'onere del giudizio sull'operato dall'educatore all'alunno, che potrà compiere un ragionamento su ciò che è stato fatto e le eventuali previsioni per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre il giudizio del docente sarà invece incentrato solo sull'operato e non trasmetterà una valutazione sulla persona. Nell'autovalutazione entrano in gioco dinamiche diverse secondo Rogers: “Il grado di soddisfazione ricavato da lavoro, se e in quale misura ha sperimentato una maturazione intellettuale e psicologica; in che misura si è impegnato e sentito coinvolto nel corso dell'attività; se si sente stimolato a perseguire qualche obbiettivo suggerito dall'esperienza educativa”(Bruzzone, 2007; p.42).
Conquistando questo genere di consapevolezza, incentrata sul processo di apprendimento, lo scolaro è in grado di valutare ciò che lo favorisce e lo ostacola nel suo personale processo di crescita.
Rogers ricevette diverse critiche alla sua proposta educativa in particolare riguardo al tema della libertà percepita meramente come un lasciar fare senza uno scopo. In realtà la libertà non è totale bensì concessa gradualmente a seconda delle capacità dell'individuo di saperla governare. In questo senso la libertà deve essere conquistata giorno per giorno perché comporta delle scelte e delle responsabilità per cui è necessario essere in grado di sopportarne il peso, specialmente per quanto riguarda i bambini che non hanno formato ancora una struttura psicologica ben precisa.
Per fare un paragone si può assimilare la libertà ad un cavallo e le briglie al proprio io. Se la briglia sciolta viene concessa immediatamente, nel periodo d'addestramento,la forza istintiva del cavallo ci disarcionerà rischiando di farci male. Invece se, attraverso alcune direttive, la libertà di correre verrà concessa gradualmente, la forza dell'animale seguirà i nostri dettami e si dirigerà dove noi vogliamo.
Similmente al rapporto terapeutico, per Rogers, anche quello educativo dovrebbe connotarsi come una relazione alla pari, dove l'insegnante riconosce nel discente un proprio valore personale. In questo genere di legame, più libero e svincolato da pratiche manipolative, si consente l'emergere della creatività, intesa come la produzione di qualcosa proveniente dalla fantasia, scevra quindi di imitazioni degli atteggiamenti e comportamenti altrui, e per questo originale in quanto diretta espressione dell'unicità della persona.
Massimiliano Moresco
Bibliografia
Bruzzone D. (2007). Carl Rogers. La relazione efficace nella psicoterapia e nel lavoro educativo. Roma: Carocci.
Kohut, H. (2003). Introspezione ed empatia. Raccolta di scritti (1953-1981) Torino: Bollati Boringhieri.
Rogers C., Kinget, G. M. (1970). Psicoterapia e relazioni umane. Teoria e pratica della terapia non direttiva. Torino : Bollati Boringhieri.
mercoledì 2 marzo 2011
martedì 1 marzo 2011
Come gli insegnanti possono condizionare la riuscita scolastica degli alunni
Si parla spesso della scuola e dei suoi (numerosi) problemi essenzialmente su tematiche di ordine quantitativo, legate perlopiù all'apparato nozionistico, tralasciando tuttavia argomenti di tipo qualitativo come quello comunicativo, relazionionale e motivazionale dell'individuo.
In questo mia disamina dedicherò ampio spazio a come i vari tipi di linguaggio adottati dai docenti possano influenzare (talvolta irrimmediabilmente) il futuro dei discenti.
La comunicazione umana si esprime attraverso due principali canali: il linguaggio verbale e quello non verbale. Il primo prevede l'utilizzo della parola orale o scritta. Mentre il secondo riguarda più ambiti: una comunicazione paraverbale, ossia ciò che riguarda indirettamente la voce (tono, volume, ritmo), ma anche le pause, le risate, il silenzio ed altre espressioni sonore (schiarirsi la voce, tamburellare, far suoni); un linguaggio definito corporeo che riguarda soprattutto le espressioni facciali.
Il linguaggio non verbale sembra veicolare messaggi molto potenti nella percezione altrui, spesso agendo sull'inconscio. Watzlawick, della scuola di Palo Alto, afferma che è impossibile non comunicare, qualora una persona decidesse di stare in silenzio e solo per il fatto di esistere, comunicherebbe comunque la sua volontà di non comunicare ( Watzlawick, Beavin e Jackson, 1971).
Il linguaggio verbale caratterizza l'essere umano ed è un sofisticato mezzo per esprimere concetti complicati ed astratti. Esso consente di comunicare con immediatezza e permette ad una persona (vista la sua intenzionalità) di trasmettere i suoi significati agli altri utilizzando un gran numero di nozioni e permettendo una comprensione più profonda . Inoltre ha la prerogativa di poter rappresentare situazioni passate e prospettare uno scenario futuro con relativa facilità.
Il più grosso limite del linguaggio orale, vista la sua arbitrarietà, è di rischiare una rappresentazione della realtà che rischia di essere fittizia, perché potrebbe fornire messaggi incongruenti rispetto a quelli provenienti dal corpo. Una comunicazione efficace invece richiede accordo tra le due forme espressive.
Si può tranquillamente affermare che il linguaggio del corpo di una persona possa esprimere talvolta anche il contrario di ciò che dice verbalmente. Un interlocutore che comunica discrepanza tra i due linguaggi produce segnali negativi che sarebbero da evitare nell'ambito scolastico (Rogers, cit. in Bruzzone D. 2007).
Mediante i segnali analogici (verbali) definiamo la relazione che abbiamo con un altra persona ed è solo con questa tipologia di comunicazione che possiamo comprendere le varie sfumature delle frasi non interpretabili. Ad esempio se fossero pronunciate da un computer non potremmo capire questo tipo di espressività. Il linguaggio non verbale può rivelare lo stato d'animo, i sentimenti, ciò che si sta provando in una situazione specifica e vista la sua non intenzionalità, risulta difficilmente falsificabile.
L'importanza di questo codice è essenziale perché sembra veicolare la gran parte dell'informazione che un soggetto trasmette ai riceventi.
Infatti secondo le ricerche condotte da Albert Mehrabian,in una comunicazione interpersonale solo il 7% viene comunicato con la parola, il 38% è costituito dal para -verbale (tono, timbro cadenza e ritmo) mentre il restante è occupato dal non verbale (gesti, postura, espressioni facciali).
Ovviamente ogni situazione va contestualizzata e in certe occasioni è difficile credere che il messaggio verbale influisca in maniera così poco determinante. Vi sono persone infatti che concentrano la loro attenzione maggiormente sul verbale dando meno importanza agli altri aspetti. (Birkenbihl, 1993).
Nell'importante professione dell'insegnante, troppo spesso non è contemplata la forza comunicativa del linguaggio corporeo e svariate volte non si presta necessaria attenzione alla sfera dei messaggi “silenziosi” che giungono ai destinatari. Tali messaggi se non elaborati consciamente verranno comunque recepiti e interpretati in qualche modo.
Essere consapevoli di questo tipo di comunicazione, permette di rivolgere maggiore attenzione alla totalità dell'espressione consentendo di trasmettere un'immagine coerente tra i due aspetti espressivi.
All'insegnante viene chiesto di comprendere la complessità del soggetto educativo, la sua ricchezza e l'influenza che esercita nella percezione della sua realtà. Numerosi studi dimostrano come l'opinione che ha l'insegnante dell'allievo, determini la sua riuscita scolastica. tal riguardo, sono di fondamentale importanza gli studi condotti da Robert Rosenthal che analizza in quale modo un l'insegnante , possa modificare la percezione del sé dell'alunno.
Le persone a contatto con l'ambiente tendono, per esigenze di economia cognitiva, a formarsi immagini stereotipate di persone, luoghi e oggetti, per risparmiare spazio nella memoria e recuperare le informazioni necessarie più velocemente.
Questi schemi mentali hanno quindi l'importante funzione di organizzare il caos nel mondo in cui il soggetto vive. Lo svantaggio di questo ordine mentale risiede nella refrattarietà a modificare questi modelli che agiscono indipendentemente dal soggetto e richiedono un sforzo consapevole per poterli mutare.
Logicamente l'insegnante non è immune dal percepire il mondo in questo modo tende infatti a crearsi un idea iniziale dei bambini con cui si relaziona e questa prima impressione condizionerà fatalmente una rappresentazione più esaustiva del soggetto.
Ad esempio se un bambino appare meno brillante rispetto ai compagni, l'insegnante tenderà ad assegnarli un'etichetta e in futuro, concentrandosi su quegli aspetti che confermino le proprie credenze ogni volta che il bambino si trova in difficoltà, si creerà un'immagine stereotipata non rispondente ad una realtà oggettiva dell'individuo. Al contrario, tenderà a dare minor importanza alle situazioni in cui il bambino si dimostra competente. Le convinzioni sulle abilità dell'allievo si rifletteranno sul comportamento e conseguentemente sulla comunicazione verbale e non verbale dell'insegnante, che invierà all'allievo condizionandone il rendimento scolastico.
L'insegnante potrebbe anche crearsi una concezione più positiva di quanto l'alunno meriti cosicché le sue aspettative saranno improntate a maggior affabilità, calore e interesse. In questo caso il condizionamento che ne deriverebbe sarebbe positivo.
Come abbiamo visto, Rosenthal definisce questa conseguenza effetto pigmalione ed viene paragonata alla stregua di una profezia che si realizza. Egli la definisce così: “la forza delle aspettative che nutriamo nei confronti di un altro è tale da poter già di per se sola influenzare il suo comportamento. E' un fenomeno che definiamo avverarsi delle profezia: il concetto che ci facciamo circa le capacità di un individuo talvolta è decisivo per il suo divenire futuro” (Rosenthal, Jacobson, 19991, p.14). Talvolta queste profezie provengono dalla stessa persona.
Poniamo ad esempio il caso di una persona che suppone, per una sensazione o per qualche problema relazionale, di non piacer al prossimo. A causa di questa idea probabilmente si comporterà in modo ostile generando intorno a sé proprio quel disprezzo che si aspettava, fornendosi la prova della sua convinzione. Per lo stesso motivo un individuo che ha un alto senso di sé e per questo si aspetterà di piacere agli altri cercherà ogni convalida positiva per avallare la sua aspettativa.
Tale semplificazione, meramente funzionale a comprendere il concetto, logicamente non si esaurisce in situazioni così schematiche.
E' da tenere in considerazione che la costruzione della realtà è mediata dalle esperienze personali (diverse per ognuno) che condizionano l'individuo. La mente dell'uomo può essere paragonata a quella di un computer e ogni conoscenza simile viene etichettata formando degli schemi mentali Come ho avuto modo di spiegare la formazione dei concetti può avere degli esiti positivi o negativi perché gli oggetti reali del mondo, ordinati in base alla somiglianza ne compromettono una comprensione più esaustiva e specifica. Ciò si esplica logicamente anche nel rapporto con gli altri ed è sintomatico come gli schemi cognitivi interiorizzati diano una valutazione parziale degli individui con cui si entra in contatto.
A metà degli anni '60 Rosenthal e Jacobson, (1991) conducono una serie di esperimenti con classi vere. Il più celebre fu sviluppato in una scuola elementare pubblica americana, l'Oak School, sottoponendo ad un test d'intelligenza la totalità degli alunni. Successivamente i ricercatori, selezionarono in modo casuale i soggetti e stabilirono arbitrariamente chi fossero quelli più intelligenti, in modo che si potesse prevedere per questi banbini i maggiori progressi. Fecero credere agli insegnanti che i risultati dei test erano altamente attendibili e diedero loro una lista di soggetti che avrebbero dovuto fornire ottime prestazione.
Ebbene dopo un anno i due scienziati tornarono nella scuola e constatarono che i soggetti indicati dai ricercatori ebbero effettivamente i migliori risultati seppure fossero stati scelti a caso, senza tener conto dei test intellettivi.
Il motivo di ciò è da ricondursi nella maggiore attenzione e cura che gli insegnanti riservarono loro. A differenza dell'effetto alone che si basa essenzialmente sulla generalizzazione di una singola caratteristiche che “illumina” anche le altre, nell'effetto Pigmalione invece la situazione è più complessa e la forza delle aspettative che l'insegnante nutre nei confronti del discente è tale da influenzare il suo comportamento. Tali aspettative si traducono tramite il linguaggio corporeo, la voce e il sistema d'insegnamento.
Secondo la teoria di Rosenthal le aspettative positive creano un clima socio emotivo più caldo, gli esaminatori convinti di avere di fronte soggetti capaci li trattano in maniera amichevole,interessata, dando più feedback, e rinforzi a seguito di risposte positive. Esiste quindi un maggior coinvolgimento per la riuscita di questi soggetti considerati più “interessanti”. Invece coloro che vengono percepiti come meno intelligenti, subiscono esattamente un trattamento opposto alché il docente ha meno interesse delle sorti dell'allievo e gli assegna minor fiducia.
Rosenthal condusse, per rendere più significativa la sua teoria, anche esperimenti con i topi cercando di dimostrare questo effetto anche sugli animali. Egli assegnò ad alcuni studenti universitari un certo numero d'animali e gli comunicò che alcuni di essi erano più intelligenti e capaci di risolvere problemi. A dimostrazione della teoria, come nel caso degli insegnanti, gli studenti convinti di seguire topi più abili, agivano sotto l'impulso di questa credenza trattandoli in maniera più calda, interessata e amorevole invece se ritenevano di avere dei ratti meno capaci assumevano una condotta più fredda e disinteressata.
I risultati furono un successo. I topi che subivano l'influsso positivo miglioravano giorno per giorno le loro prestazioni. Infatti correndo in un labirinto, trovavano l'uscita più velocemente e con più sicurezza, mentre i topi “stupidi” ottennero risultati poco considerevoli, addirittura alcuni di loro non si muovevano nemmeno al momento della partenza (Rosenthal, Jacobson, 1999; p.67)
Valutando il comportamento degli studenti si apprese che, convinti di seguire cavie intelligenti, li toccavano delicatamente, gli parlavano favorendo un clima rilassato e incoraggiante, mentre nell'altro caso i soggetti trattavano i topi con sufficienza oppure li sgridavano in modo aggressivo quando incappavano in qualche errore.
Da ciò si deduce come la valutazione possa influire seriamente non solo per gli esseri umani ma anche per gli animali e ciò sembra avvalorare la tesi, che più del linguaggio verbale, è fondamentale ai fini educativi quello non verbale o paraverbale.
Rosenthal analizza anche il ruolo degli stereotipi nell'influenza del comportamento altrui che fanno sentire il loro effetto anche nel settore educativo.
Gli stereotipi sono visioni semplificate e schematiche condivise da un certa comunità nei confronti di un altro gruppo sociale e riguardano generalmente la razza, la religione, il sesso, lo status sociale e la condizione economica. I pregiudizi invece sono una degenerazione degli stereotipi ed hanno una connotazione fortemente negativa. Essi sono la tendenza psicologica ad attribuire ad una persona le caratteristiche negative di una data categoria sociale in base a delle credenze personali o quelle della propria cultura di riferimento.
Il professor Rosenthal ha constatato quanto tali idee precostituite possano rappresentare un ostacolo alla comprensione degli alunni in quanto la persistenza e la difficile mutabilità, generano una distorsione valutativa che compromette decisamente una oggettiva e variegata comprensione dei soggetti interessati.
Egli analizzò specialmente le minoranze etniche che in quella scuola erano rappresentate in particolare dai bambini messicani e da quelli provenienti dalle zone più degradate e periferiche della città dimostrando come questi apparissero meno intelligenti innanzi agli occhi degli insegnanti. Gli eventuali successi che potevano conseguire le singole persone di questa categoria, li faceva percepire ai docenti come maggiormente somiglianti ad un americano. Questo perché nello stereotipo “messicano” erano incluse credenze che escludevano il concetto di “intelligenza” indi per cui doveva per forza rientrare in una categoria ( “americano”) che non minasse la forza della credenza. Considerare un altra etnia come meno intelligente è una dei pregiudizi più comuni e nell'esempio di Rosenthal che riguardava i messicani, i docenti li percepivano molto più simiglianti nei tratti somatici ad un etnia anglosassone in modo che conservassero la coerenza con il proprio pensiero.
Massimiliano Moresco
Bibliografia
Birkenbihl V. (1993). Segnali del corpo, come interpretare il linguaggio del corpo. Milano. Franco Angeli.
Bruzzone D. (2007). Carl Rogers. La relazione efficace nella psicoterapia e nel lavoro educativo. Roma . Carocci.
Rosenthal R., Jacobson, L. (1991). Pigmalione in classe. Milano, Franco Angeli.
Watzlawick, P. Beaven S. Jackson D.D.. Pragmatica della comunicazione. Studio dei modelli interattivi. Delle patologie e dei paradossi. Roma. Astrolabio.
In questo mia disamina dedicherò ampio spazio a come i vari tipi di linguaggio adottati dai docenti possano influenzare (talvolta irrimmediabilmente) il futuro dei discenti.
La comunicazione umana si esprime attraverso due principali canali: il linguaggio verbale e quello non verbale. Il primo prevede l'utilizzo della parola orale o scritta. Mentre il secondo riguarda più ambiti: una comunicazione paraverbale, ossia ciò che riguarda indirettamente la voce (tono, volume, ritmo), ma anche le pause, le risate, il silenzio ed altre espressioni sonore (schiarirsi la voce, tamburellare, far suoni); un linguaggio definito corporeo che riguarda soprattutto le espressioni facciali.
Il linguaggio non verbale sembra veicolare messaggi molto potenti nella percezione altrui, spesso agendo sull'inconscio. Watzlawick, della scuola di Palo Alto, afferma che è impossibile non comunicare, qualora una persona decidesse di stare in silenzio e solo per il fatto di esistere, comunicherebbe comunque la sua volontà di non comunicare ( Watzlawick, Beavin e Jackson, 1971).
Il linguaggio verbale caratterizza l'essere umano ed è un sofisticato mezzo per esprimere concetti complicati ed astratti. Esso consente di comunicare con immediatezza e permette ad una persona (vista la sua intenzionalità) di trasmettere i suoi significati agli altri utilizzando un gran numero di nozioni e permettendo una comprensione più profonda . Inoltre ha la prerogativa di poter rappresentare situazioni passate e prospettare uno scenario futuro con relativa facilità.
Il più grosso limite del linguaggio orale, vista la sua arbitrarietà, è di rischiare una rappresentazione della realtà che rischia di essere fittizia, perché potrebbe fornire messaggi incongruenti rispetto a quelli provenienti dal corpo. Una comunicazione efficace invece richiede accordo tra le due forme espressive.
Si può tranquillamente affermare che il linguaggio del corpo di una persona possa esprimere talvolta anche il contrario di ciò che dice verbalmente. Un interlocutore che comunica discrepanza tra i due linguaggi produce segnali negativi che sarebbero da evitare nell'ambito scolastico (Rogers, cit. in Bruzzone D. 2007).
Mediante i segnali analogici (verbali) definiamo la relazione che abbiamo con un altra persona ed è solo con questa tipologia di comunicazione che possiamo comprendere le varie sfumature delle frasi non interpretabili. Ad esempio se fossero pronunciate da un computer non potremmo capire questo tipo di espressività. Il linguaggio non verbale può rivelare lo stato d'animo, i sentimenti, ciò che si sta provando in una situazione specifica e vista la sua non intenzionalità, risulta difficilmente falsificabile.
L'importanza di questo codice è essenziale perché sembra veicolare la gran parte dell'informazione che un soggetto trasmette ai riceventi.
Infatti secondo le ricerche condotte da Albert Mehrabian,in una comunicazione interpersonale solo il 7% viene comunicato con la parola, il 38% è costituito dal para -verbale (tono, timbro cadenza e ritmo) mentre il restante è occupato dal non verbale (gesti, postura, espressioni facciali).
Ovviamente ogni situazione va contestualizzata e in certe occasioni è difficile credere che il messaggio verbale influisca in maniera così poco determinante. Vi sono persone infatti che concentrano la loro attenzione maggiormente sul verbale dando meno importanza agli altri aspetti. (Birkenbihl, 1993).
Nell'importante professione dell'insegnante, troppo spesso non è contemplata la forza comunicativa del linguaggio corporeo e svariate volte non si presta necessaria attenzione alla sfera dei messaggi “silenziosi” che giungono ai destinatari. Tali messaggi se non elaborati consciamente verranno comunque recepiti e interpretati in qualche modo.
Essere consapevoli di questo tipo di comunicazione, permette di rivolgere maggiore attenzione alla totalità dell'espressione consentendo di trasmettere un'immagine coerente tra i due aspetti espressivi.
All'insegnante viene chiesto di comprendere la complessità del soggetto educativo, la sua ricchezza e l'influenza che esercita nella percezione della sua realtà. Numerosi studi dimostrano come l'opinione che ha l'insegnante dell'allievo, determini la sua riuscita scolastica. tal riguardo, sono di fondamentale importanza gli studi condotti da Robert Rosenthal che analizza in quale modo un l'insegnante , possa modificare la percezione del sé dell'alunno.
Le persone a contatto con l'ambiente tendono, per esigenze di economia cognitiva, a formarsi immagini stereotipate di persone, luoghi e oggetti, per risparmiare spazio nella memoria e recuperare le informazioni necessarie più velocemente.
Questi schemi mentali hanno quindi l'importante funzione di organizzare il caos nel mondo in cui il soggetto vive. Lo svantaggio di questo ordine mentale risiede nella refrattarietà a modificare questi modelli che agiscono indipendentemente dal soggetto e richiedono un sforzo consapevole per poterli mutare.
Logicamente l'insegnante non è immune dal percepire il mondo in questo modo tende infatti a crearsi un idea iniziale dei bambini con cui si relaziona e questa prima impressione condizionerà fatalmente una rappresentazione più esaustiva del soggetto.
Ad esempio se un bambino appare meno brillante rispetto ai compagni, l'insegnante tenderà ad assegnarli un'etichetta e in futuro, concentrandosi su quegli aspetti che confermino le proprie credenze ogni volta che il bambino si trova in difficoltà, si creerà un'immagine stereotipata non rispondente ad una realtà oggettiva dell'individuo. Al contrario, tenderà a dare minor importanza alle situazioni in cui il bambino si dimostra competente. Le convinzioni sulle abilità dell'allievo si rifletteranno sul comportamento e conseguentemente sulla comunicazione verbale e non verbale dell'insegnante, che invierà all'allievo condizionandone il rendimento scolastico.
L'insegnante potrebbe anche crearsi una concezione più positiva di quanto l'alunno meriti cosicché le sue aspettative saranno improntate a maggior affabilità, calore e interesse. In questo caso il condizionamento che ne deriverebbe sarebbe positivo.
Come abbiamo visto, Rosenthal definisce questa conseguenza effetto pigmalione ed viene paragonata alla stregua di una profezia che si realizza. Egli la definisce così: “la forza delle aspettative che nutriamo nei confronti di un altro è tale da poter già di per se sola influenzare il suo comportamento. E' un fenomeno che definiamo avverarsi delle profezia: il concetto che ci facciamo circa le capacità di un individuo talvolta è decisivo per il suo divenire futuro” (Rosenthal, Jacobson, 19991, p.14). Talvolta queste profezie provengono dalla stessa persona.
Poniamo ad esempio il caso di una persona che suppone, per una sensazione o per qualche problema relazionale, di non piacer al prossimo. A causa di questa idea probabilmente si comporterà in modo ostile generando intorno a sé proprio quel disprezzo che si aspettava, fornendosi la prova della sua convinzione. Per lo stesso motivo un individuo che ha un alto senso di sé e per questo si aspetterà di piacere agli altri cercherà ogni convalida positiva per avallare la sua aspettativa.
Tale semplificazione, meramente funzionale a comprendere il concetto, logicamente non si esaurisce in situazioni così schematiche.
E' da tenere in considerazione che la costruzione della realtà è mediata dalle esperienze personali (diverse per ognuno) che condizionano l'individuo. La mente dell'uomo può essere paragonata a quella di un computer e ogni conoscenza simile viene etichettata formando degli schemi mentali Come ho avuto modo di spiegare la formazione dei concetti può avere degli esiti positivi o negativi perché gli oggetti reali del mondo, ordinati in base alla somiglianza ne compromettono una comprensione più esaustiva e specifica. Ciò si esplica logicamente anche nel rapporto con gli altri ed è sintomatico come gli schemi cognitivi interiorizzati diano una valutazione parziale degli individui con cui si entra in contatto.
A metà degli anni '60 Rosenthal e Jacobson, (1991) conducono una serie di esperimenti con classi vere. Il più celebre fu sviluppato in una scuola elementare pubblica americana, l'Oak School, sottoponendo ad un test d'intelligenza la totalità degli alunni. Successivamente i ricercatori, selezionarono in modo casuale i soggetti e stabilirono arbitrariamente chi fossero quelli più intelligenti, in modo che si potesse prevedere per questi banbini i maggiori progressi. Fecero credere agli insegnanti che i risultati dei test erano altamente attendibili e diedero loro una lista di soggetti che avrebbero dovuto fornire ottime prestazione.
Ebbene dopo un anno i due scienziati tornarono nella scuola e constatarono che i soggetti indicati dai ricercatori ebbero effettivamente i migliori risultati seppure fossero stati scelti a caso, senza tener conto dei test intellettivi.
Il motivo di ciò è da ricondursi nella maggiore attenzione e cura che gli insegnanti riservarono loro. A differenza dell'effetto alone che si basa essenzialmente sulla generalizzazione di una singola caratteristiche che “illumina” anche le altre, nell'effetto Pigmalione invece la situazione è più complessa e la forza delle aspettative che l'insegnante nutre nei confronti del discente è tale da influenzare il suo comportamento. Tali aspettative si traducono tramite il linguaggio corporeo, la voce e il sistema d'insegnamento.
Secondo la teoria di Rosenthal le aspettative positive creano un clima socio emotivo più caldo, gli esaminatori convinti di avere di fronte soggetti capaci li trattano in maniera amichevole,interessata, dando più feedback, e rinforzi a seguito di risposte positive. Esiste quindi un maggior coinvolgimento per la riuscita di questi soggetti considerati più “interessanti”. Invece coloro che vengono percepiti come meno intelligenti, subiscono esattamente un trattamento opposto alché il docente ha meno interesse delle sorti dell'allievo e gli assegna minor fiducia.
Rosenthal condusse, per rendere più significativa la sua teoria, anche esperimenti con i topi cercando di dimostrare questo effetto anche sugli animali. Egli assegnò ad alcuni studenti universitari un certo numero d'animali e gli comunicò che alcuni di essi erano più intelligenti e capaci di risolvere problemi. A dimostrazione della teoria, come nel caso degli insegnanti, gli studenti convinti di seguire topi più abili, agivano sotto l'impulso di questa credenza trattandoli in maniera più calda, interessata e amorevole invece se ritenevano di avere dei ratti meno capaci assumevano una condotta più fredda e disinteressata.
I risultati furono un successo. I topi che subivano l'influsso positivo miglioravano giorno per giorno le loro prestazioni. Infatti correndo in un labirinto, trovavano l'uscita più velocemente e con più sicurezza, mentre i topi “stupidi” ottennero risultati poco considerevoli, addirittura alcuni di loro non si muovevano nemmeno al momento della partenza (Rosenthal, Jacobson, 1999; p.67)
Valutando il comportamento degli studenti si apprese che, convinti di seguire cavie intelligenti, li toccavano delicatamente, gli parlavano favorendo un clima rilassato e incoraggiante, mentre nell'altro caso i soggetti trattavano i topi con sufficienza oppure li sgridavano in modo aggressivo quando incappavano in qualche errore.
Da ciò si deduce come la valutazione possa influire seriamente non solo per gli esseri umani ma anche per gli animali e ciò sembra avvalorare la tesi, che più del linguaggio verbale, è fondamentale ai fini educativi quello non verbale o paraverbale.
Rosenthal analizza anche il ruolo degli stereotipi nell'influenza del comportamento altrui che fanno sentire il loro effetto anche nel settore educativo.
Gli stereotipi sono visioni semplificate e schematiche condivise da un certa comunità nei confronti di un altro gruppo sociale e riguardano generalmente la razza, la religione, il sesso, lo status sociale e la condizione economica. I pregiudizi invece sono una degenerazione degli stereotipi ed hanno una connotazione fortemente negativa. Essi sono la tendenza psicologica ad attribuire ad una persona le caratteristiche negative di una data categoria sociale in base a delle credenze personali o quelle della propria cultura di riferimento.
Il professor Rosenthal ha constatato quanto tali idee precostituite possano rappresentare un ostacolo alla comprensione degli alunni in quanto la persistenza e la difficile mutabilità, generano una distorsione valutativa che compromette decisamente una oggettiva e variegata comprensione dei soggetti interessati.
Egli analizzò specialmente le minoranze etniche che in quella scuola erano rappresentate in particolare dai bambini messicani e da quelli provenienti dalle zone più degradate e periferiche della città dimostrando come questi apparissero meno intelligenti innanzi agli occhi degli insegnanti. Gli eventuali successi che potevano conseguire le singole persone di questa categoria, li faceva percepire ai docenti come maggiormente somiglianti ad un americano. Questo perché nello stereotipo “messicano” erano incluse credenze che escludevano il concetto di “intelligenza” indi per cui doveva per forza rientrare in una categoria ( “americano”) che non minasse la forza della credenza. Considerare un altra etnia come meno intelligente è una dei pregiudizi più comuni e nell'esempio di Rosenthal che riguardava i messicani, i docenti li percepivano molto più simiglianti nei tratti somatici ad un etnia anglosassone in modo che conservassero la coerenza con il proprio pensiero.
Massimiliano Moresco
Bibliografia
Birkenbihl V. (1993). Segnali del corpo, come interpretare il linguaggio del corpo. Milano. Franco Angeli.
Bruzzone D. (2007). Carl Rogers. La relazione efficace nella psicoterapia e nel lavoro educativo. Roma . Carocci.
Rosenthal R., Jacobson, L. (1991). Pigmalione in classe. Milano, Franco Angeli.
Watzlawick, P. Beaven S. Jackson D.D.. Pragmatica della comunicazione. Studio dei modelli interattivi. Delle patologie e dei paradossi. Roma. Astrolabio.
Etichette:
linguaggio,
motivazione,
pigmalione,
Rosenthal
venerdì 25 febbraio 2011
martedì 4 gennaio 2011
Poesiola
Fai tacere quella assurda paranoia
è così astuta
negligente ma astuta
falla tacere, un calmante!!
Placala, devo infierire per essere il mio piccolo Dio:
obbrobrio,anelito della conservazione.
Pestare sistematicamente, con cadenza,
la parte rovinosa della mente,
mesto incedere segmentato
nel corpo.
L'energia è come un dissetato:
ogni parte ha la sua via
irradiante, dissetante ma costante.
Misura l'immisurabile
posticipa la pena inevitabile.
Misurare e lasciarsi nell'intimo evaporare.
Mostrare il pollice: discriminante della nostra umanità?
è così astuta
negligente ma astuta
falla tacere, un calmante!!
Placala, devo infierire per essere il mio piccolo Dio:
obbrobrio,anelito della conservazione.
Pestare sistematicamente, con cadenza,
la parte rovinosa della mente,
mesto incedere segmentato
nel corpo.
L'energia è come un dissetato:
ogni parte ha la sua via
irradiante, dissetante ma costante.
Misura l'immisurabile
posticipa la pena inevitabile.
Misurare e lasciarsi nell'intimo evaporare.
Mostrare il pollice: discriminante della nostra umanità?
Esiziale
Società mi distilli la tua distruzione.
Giorno per giorno
come una medicina malsana.
la tua natura esiziale è come droga
di cui mi nutro e fa male.
il suo effetto è trasparente
l'illusione della mente?
Infibuli dosi di instabilità, paura precarietà
silente e maestosa mi domini.
Giorno per giorno
come una medicina malsana.
la tua natura esiziale è come droga
di cui mi nutro e fa male.
il suo effetto è trasparente
l'illusione della mente?
Infibuli dosi di instabilità, paura precarietà
silente e maestosa mi domini.
Iscriviti a:
Post (Atom)


